Sunday, November 2, 2008

La motivazione al lavoro universitario - Un articolo di Ilvo Diamanti su Repubblica

Chiamatemi Barone. L'ho detto a mia moglie, ieri sera, dopo aver sentito ripetere questa definizione almeno una decina di volte, in tivù, nei salotti dove si discute delle sorti dell'umanità. Da Vespa e da Mentana. Da Floris e da Santoro. Ospiti: la variegata tribù di lotta e di governo, che si affolla intorno e dentro l'Università. Studenti pro e contro, manifestanti di sinistra e di destra, agitatori e agitati, rumoreggianti e silenziosi. Occupanti e occupati. Poi, filo-ministeriali e oppositori democratici. Infine, professori. Pardon: "baroni". Perché ormai è dato per scontato: i professori universitari sono "baroni". Tutti. Reclutati in base a criteri clientelari, attraverso concorsi-truffa, che a loro volta provvedono, puntualmente, a riprodurre. Reclutando, a loro volta, ricercatori e professori in base a logiche di fedeltà. Schiavi e servi della gleba, che, dopo secoli di precarietà, un contratto oggi, una borsa domani, un dottorato e un post-dottorato dopodomani, giungono, alla fine, stremati, all'auspicato posto fisso. Per fare i ricercatori fino a diventare professori. Naturalmente "per anzianità" (così si dice). Senza rispetto per il merito e per la produzione scientifica, didattica e organizzativa. "Baroni", appunto. I veri colpevoli del dissesto dell'Università italiana. Del degrado del sapere nazionale. Dell'ignoranza che regna fra i giovani. E, anzitutto, del disastro finanziario. Del deficit crescente di risorse. Provocato non tanto dai tagli di questo governo e da quelli precedenti, ma da loro (da noi): i baroni. Che prendono lo stipendio senza fare nulla. (Soggiogateli ai tornelli!). Incapaci di gestire le università. Colpevoli della moltiplicazione dei corsi e delle sedi, dovunque. Le università telematiche e quelle tascabili, fuori porta. Che promettono e permettono la conquista del titolo di dottore a tutti. Giornalisti, carabinieri, poliziotti, infermieri. Volontari e involontari. Perfino i politici. Beneficiati da un monte-crediti formativi tale da permettere loro di laurearsi in pochi mesi, con pochi esami. Dottori in Scienze della futilità. Questi "baroni": fannulloni, perfidi e manovratori. Capaci di manipolare gli studenti. Di farli scendere in piazza insieme a loro, per loro, con loro. Invece che "contro" di loro.

Tutti baroni. Tutti. Inutile eccepire ... Inutile osservare che tu, io, lui, noi - alcuni, magari molti - lavoriamo e insegniamo in modo assiduo e regolare, facciamo ricerca, pubblichiamo libri e saggi, perfino su riviste internazionali (un'aggravante: dove troviamo il tempo per fare tutte queste cose? Per scrivere e per studiare? Partecipare a convegni in Italia e addirittura all'estero?). Per sostenere le nostre attività, cerchiamo - e qualche volta troviamo - finanziamenti. Non solo pubblici: perfino privati. Le eccezioni non contano. Sono conferme alla regola. Inutile osservare che se ci fosse un sistema di reclutamento e di valutazione universalista, criteri di finanziamento fondati su parametri "misurabili" di qualità e quantità ... Inutile. Perché tutto ciò non c'è. E se non c'è, inutile prendersela con il legislatore. La colpa è dei "baroni". D'altronde, quanti baroni infiltrati in Parlamento e perfino nel governo... Insomma, è inutile entrare nel merito, precisare. Quando da "professori" si diventa "baroni" le distinzioni cessano di avere rilievo e significato. Suggerirle, evidenziarle: è perfino fastidioso. Perché possiamo differenziare i professori, i quali possono essere bravi, capaci, laboriosi, prestigiosi, oppure fancazzisti, ignoranti peggio degli studenti, arroganti, fannulloni nullafacenti e nullapensanti. Ma i "baroni" no. Perché traducono fenomenicamente una categoria sostanziale: la "baronità". Per cui i baroni sono i signori oscuri di una terra oscura. Avvolta nelle nebbie. Anche la semantica, d'altronde, condanna e stigmatizza la categoria. Ridotta a una variante della "casta". Definizione usata, fino a qualche mese fa, per catalogare (e insultare) i politici. Ora, invece, lo stesso termine è applicato con analogo disprezzo, ai professori dell'università. La casta dei baroni. Titolari di privilegi ereditati ed ereditari. Dotati di un potere arbitrario. Un ceto "nobiliare", appunto.

L'ho rammentato a mia moglie, come scrivevo all'inizio di questa "bussola" un po' scombussolata. Da oggi io sono un Barone. E lei, di conseguenza, una Baronessa. Intanto, i Baronetti - ignari di essere divenuti tali - se ne stavano nelle loro stanze, intenti a studiare.

Chissà che invidia il Presidente del Consiglio. Lui, con i suoi successi, riconosciuti da tutti: soltanto Cavaliere.

(31 ottobre 2008)

6 comments:

Filippo said...

beh...sinceramente,oltre l'articolo,mi sarei aspettato anche un commento da parte sua, Prof,per indirizzare il dibattito:l'articolo può essere criticato in diversi modi...dall'analisi prettamente didattica...con l'approfondimento delle tematiche affrontate in aula...all'analisi della vita reale,con la situazione universitaria che ci tocca inevitabilmente...su cosa avviare la riflessione?

Rosaria Spina said...

ma perchè non provate a dare un contributo voi?!! riconsiderate il titolo: la motivazione in ambito universitario. mi aspetterei una riflessione sulla aspettiva-valenza, sulla giustizia organizzativa....

M.Fiamingo said...

Prof Spina vorrei approfittarne per dirle che le ho inviato una mail nei giorni scorsi proprio per un chiarimento sull'aspettativa valenza.

Rosaria Spina said...

A M. Fiammingo. Le ho risposto. Se non ha ricevuto l'email mi riscriva a spina.rsr@gmail.com. grazie

S.Ribis said...

Leggendo questo articolo purtroppo mi vengono in mente solo brutti ricordi che confermano tutto quello che c'è scritto in questo articolo da lei fornito.
Vorrei raccontarvi una mia esperienza personale.
Sono iscritta in economia da due anni in quanto in precedenza avevo deciso di seguire gli stiudi di giurisprudenza a catania.che dire?!
Mi viene da dire che giurisprudenza è alla base di tutti questi brogli esistenti al mondo e soprattutto è piena di "baroni"..Il motivo per cui possiamo definirli baroni è perchè decidono loro chi può far parte del mondo giuridico e chi no ed ovviente chi ne fa parte non sempre lo merita.
L' aria che si respirava in giurisprudenza era un' area piena di falsità in quanto ti facevano credere di essere professionali ma in realtà non lo erano affatto dato che il 70% delle volte agli esami facevano passare i figli o nipoti dei "Baroni" magari ponendogli una sola domanda.
In un anno ho visto tante ingiustizie, non basterebbe un giorno per elencarle tutte.
Purtroppo il mondo oggi è troppo corrotto.
Non prendete però questa piccola testimonianza come fatta da una ragazza che è arrabbiata perchè non è riuscita ad andare avanti nel percorso che aveva intrapreso in quanto sono felicissima di aver cambiato indirizzo..e mi trovo benissimo qui in economia;
ma prendetela solo come un esempio di corruzione...
Con questo non voglio dire che chiunque si laurei in giurispridenza di catania non lo meriti ma di sicuro la maggior parte no....

Rosario Faraci said...

Il commento di S.Ribis è evidentemente a titolo personale. Lo lasciamo sul sito, nel rispetto della democrazia. Ma evidentemente, ognuno si assume le responsabilità di ciò che scrive e dice, anche quando è arrabbiato.